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Memoria

Alessandra Contini (26/05/1951 - 16/07/2006)
autore del profilo: ELena Fasano Guarini
Copyright: Stmoderna.it


Ricordo di Alessandra Contini Bonacossi*
di Elena Fasano Guarini.

Non è usuale, nei convegni Sisem, ricordare i membri recentemente scomparsi, che hanno invece il loro posto naturale nella sezione “Memoria” del Portale di storia moderna. Se si compie oggi un’eccezione per Alessandra Contini, che ci ha lasciato pochi mesi fa, il 16 luglio 2006, è perché la sua figura ci sembra muoversi esemplarmente lungo un confine che è proposito del convegno esaminare: quello tra gli archivi –la loro conservazione, organizzazione e uso– e la ricerca storica.
In entrambi questi campi Sandra, infatti, ha assiduamente operato. Cinque anni dopo essersi laureata in storia all’Università di Firenze sotto la direzione di Giuliano Procacci, e dopo avere frequentato con assiduità i seminari tenuti a Pisa da Mario Mirri –dove ricordo bene di averla vista giungere trafelata da Firenze, giovane, vivace e piena di curiosità , insieme ad Orsola Gori– nel 1983 vinse un concorso presso l’Archivio di Stato di Firenze. Impresa tutt’altro che facile, anche se allora, a differenza di oggi, i concorsi venivano indetti con qualche regolarità. Fu l’inizio di una carriera che giunse fino al grado di archivista di stato direttore collaboratore, con l’incarico –del tutto consono ai suoi interessi allora più vivi– di responsabile degli archivi dell’età lorenese e, recentemente, di responsabile degli archivi di scrittura delle donne, un settore che, insieme a Rosalia Manno Tolu e ad altre colleghe ed amiche, dal 1998 contribuì ad animare, e si può dire ad inventare.
Il ruolo di Sandra non dobbiamo però immaginarlo in termini burocratici. Dopo il trasferimento dell’archivio nella nuova sede –un’operazione cui, alla metà degli anni ’80, collaborò con vigore– dispose di un elegante ufficio personalizzato, come sono tutti gli uffici del nuovo Archivio di Stato di Firenze. Lì si concentrava sulle pratiche per un verso, per l’altro sulle carte che incombevano su di lei. Conosceva bene, come è naturale, anche gli spazi riservati ai documenti, facilmente raggiungibili nella nuova sede, dove le strutture predisposte per contenerli sono ad altezza d’uomo. Ciò che però più contava, per lei e per chi a lei ricorreva, era la sua presenza –una presenza solare– tra gli studiosi. Era pronta a scartabellare con loro gli inventari, a suggerire strumenti di orientamento e a discutere le regole del lavoro; a frugare tra le filze, per arrivare insieme a loro a scoperte che diventavano anche sue. Impersonava così, è giusto dirlo, tradizioni che erano nate e si erano consolidate a Firenze già ben prima degli anni ‘80. Vorrei ricordare tutto l’aiuto che io ho avuto, tra gli anni ’60 e gli anni ’70, da Arnaldo D’Addario e da Giuseppe Pansini, oltre che da quel grande conoscitore dei fondi archivistici, che, nella vecchia e più disordinata sede, era un custode, il custode Giuseppe Merendoni.
Ma Sandra aveva una vitalità particolare. E così il lavoro diventava amicizia, e l’amicizia lavoro.
Se l’ Archivio fu una parte essenziale di lei, ne fu però soltanto una parte. Da Francesco Martelli, che desidero ringraziare per l’aiuto fondamentale che mi ha prestato per la redazione di queste pagine, ho avuto il Curriculum vitae et studiorum da lei steso in occasione del concorso ad un posto di professore associato bandito dalla Facoltà di Lettere di Firenze nel 2003: una sorta di autoritratto pluridimensionale, si potrebbe dire, presentato, come è di regola, a chi la doveva giudicare. È interessante esaminare le voci di cui Sandra si è servita per delineare il proprio profilo. In primo luogo –dopo un cenno alla laurea e a due diplomi successivamente conseguiti, quello di demografia storica a Parigi, e quello di Archivistica, paleografia e diplomatica a Firenze– compaiono gli “impegni lavorativi”. Primario e durevole, dopo qualche esperienza decentrata, quello appunto all’Archivio di Stato di Firenze, dal 1983.
La seconda voce è costituita dagli impegni didattici, svolti dapprima nella Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica di Firenze e, su convenzione, sempre a Firenze, in alcuni corsi destinati ai dottorandi delle Facoltà di Lettere, Storia economica, Archivistica e Storia della Scienza; poi, tra il 2003 e il 2005, all’Università di Teramo, nella forma del contratto di docenza per gli insegnamenti di istituzioni politiche e sociali, e di archivistica e documentazione. L’insegnamento, con la sua forza comunicativa, fu per lei una grande passione. Sappiamo tutti che nel concorso fiorentino Sandra conseguì l’idoneità a professore associato. Ero per caso accanto a lei ed a suo marito Marcello Verga, al Convegno su Le donne Medici nel sistema europeo delle Corti, tenuto a Firenze nell’autunno del 2005, quando le fu fatto sapere telefonicamente che il giudizio aveva assunto forma definitiva: gli atti erano stati firmati dai commissari e consegnati al Rettore. Ricordo che era davvero commossa, una commozione venata di una malinconia di cui non decifravo allora pienamente le ragioni, ma che nel giro di alcuni mesi mi sarebbe diventata più chiara: lei sapeva quello che io ancora ignoravo, che poteva non avere vita lunga. Capivo però che aveva desiderato la piena integrazione nel mondo universitario di cui a diversi titoli era già parte con una intensità della quale chi, come me, in quel mondo aveva trascorso molti anni, forse logorandosi un po’, poteva anche non comprendere tutta la portata. L’anno di insegnamento svolto come associata alla Facoltà di Lettere di Siena fu per lei certo assai impegnativo. Ma fu, in qualche modo, un anno di felicità.
Terza voce del curriculum “edizione e censimento di fonti archivistiche”, cioè l’attività scientifica immediatamente collegata al suo principale impegno lavorativo. “Da sempre – scriveva Sandra parlando di sé – l’attenzione alle fonti e alla loro edizione è stata al centro dei suoi interessi.” Con uno slancio che non rispettava l’ordine cronologico, ma rifletteva l’importanza prioritaria che con il passare degli anni avevano assunto nella sua vita alcuni impegni, ricordava di far parte del Comitato scientifico dell’“Archivio per la scrittura delle donne” e di avere ideato, insieme ad Ernestina Pellegrini e Anna Scattigno, “un progetto di censimento complessivo delle scritture femminili finanziato dalla Regione toscana”, assumendone poi il coordinamento generale. “Un censimento a tappeto –scriveva con evidente orgoglio– sulle fonti relative alla scrittura delle donne conservate dal XV secolo ad oggi” in una lunga serie di archivi cittadini toscani, da Firenze a Siena ed a Lucca, da Pisa ad Arezzo, Pistoia, Pescia. Su di esso, e su alcuni altri progetti ad esso collegati, coraggiosamente proiettati verso la contemporaneità, volti a raccogliere presso l’Archivio di Stato di Firenze archivi e nuclei di carte femminili, ed a sollecitare in questo e in altri modi la scrittura e la memoria delle donne, si era già soffermata in un bell’articolo pubblicato nel 2003 sull’“Archivio storico italiano”. Venti pagine dense e concrete come tutto ciò che Sandra scriveva, nelle quali la pratica archivistica da un lato diventava militanza nel mondo femminile, dall’altro con molta naturalezza cedeva il passo alla riflessione storica.
Nel curriculum Sandra ricordava inoltre la sua partecipazione a due progetti di edizioni di fonti. Il primo riguardava il carteggio di Ferdinando de’ Medici nella fase del cardinalato (1569-1587), uno straordinario canale tra due poli della realtà italiana tardo-cinquecentesca, Firenze e Roma. Nato diversi anni fa in seno all’Istituto italiano per l’età moderna e contemporanea, diretto dal prof. Luigi Lotti, il progetto fu poi abbandonato per il progressivo inaridirsi dei finanziamenti pubblici su cui dapprima sembrava poter contare. Insieme a Gigliola Fragnito Sandra aveva incominciato a curare il primo volume: il più impegnativo, perché lì si sarebbero dovuti sperimentare criteri di trascrizione e di edizione e fissare regole editoriali. Credo di poter dire a nome di tutti i membri del vecchio comitato scientifico, tra i quali sono anch’io, che è loro volontà portare l’opera a termine: non solo per il suo oggettivo interesse storico, ma, ora, anche in ricordo di Sandra. Nel secondo progetto, più fortunato, ma anch’esso prolungatosi negli anni, nato all’interno di un progetto COFIN 40%, da me coordinato, su “Politica, fazioni, istituzioni nell’‘Italia spagnola’ dall’incoronazione di Carlo V alla pace di Westfalia (1530-1648)”, Sandra ha curato, insieme a una più giovane ricercatrice, Paola Volpini, l’edizione di uno dei due volumi di Istruzioni agli ambasciatori e inviati medicei in Spagna e nell’Italia spagnola (1536-1648), quello riservato al tempo di Cosimo I e di Francesco de’ Medici (1536-1586). Anche in questo caso si tratta di una lunghissima impresa, iniziata nel 2000. Posso però annunciare con grande piacere che la pubblicazione avverrà nel giro di pochissimi mesi, nella collana delle fonti del Ministero per i Beni e le attività culturali. E con commozione ricordo che alla introduzione Sandra ha lavorato fino a una settimana prima di morire, portandola a compimento. Daniela Lombardi, in un breve scritto pubblicato su "Genesis", ha parlato della bella fotografia che la ritrae accanto a Marcello Verga, mentre, seduta ben dritta sul letto, gli detta intenta le ultime correzioni al suo testo.
Mi sembra utile sottolineare che Alessandra Contini ha esplicato questa attività di edizione di fonti, che diceva essere stata “da sempre al centro dei suoi interessi”, non tanto all’inizio della sua carriera, quanto negli anni della sua piena maturità di studiosa. Come se con gli anni avesse riscoperto l’importanza della dimensione più strettamente archivistica della ricerca, e appassionatamente ripreso le pratiche severe che essa comportava.
Infine, quarta voce del curriculum –la più lunga– “altre attività.” Non tutti gli studiosi, né tutti gli archivisti, potrebbero stilarne un così nutrito elenco. In esso Alessandra Contini ritorna con forza sulle iniziative concernenti la memoria e la scrittura delle donne. Ma parla anche dei convegni nazionali e internazionali che ha frequentato e in parte organizzato, curandone spesso anche gli atti, da quello su Il Granducato di Toscana e i Lorena nel secolo XVIII del 1994 a La corte in Toscana dai Medici ai Lorena, nel 1997; a quello infine, già menzionato, su Le donne Medici nel sistema europeo delle Corti, i cui atti sono ora in corso di stampa. Ricorda anche le missioni compiute all’estero: quattro a Vienna tra il 1989 e il 1995 per conto del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, il cui frutto è la Guida ai fondi relativi alla storia toscana nel XVIII secolo, destinata ad uscire nei “Quaderni della rassegna degli Archivi di Stato”. Ricorda le mostre organizzate sia a Firenze (La corte in Archivio. Apparati, cultura, arte e spettacoli alla Corte lorenese di Toscana, 15 dicembre 1997-28 marzo 1998) che in altre sedi, talvolta al di fuori delle frontiere italiane. Nell’Archivio di Stato di Firenze –un archivio fornito di comodi spazi aggiuntivi e di un accogliente auditorium– simili iniziative costituiscono momenti di incontro culturali aperti ad un pubblico assai vario di studiosi, studenti ed appassionati della storia della città, ed offrono materiali preziosi agli storici della politica, delle istituzioni, della cultura e dell’arte fiorentina. Sandra non fu mai un’organizzatrice solitaria. Come lei stessa dice, fu un membro di spicco di una collettività operante unitariamente sotto la guida di una brava direttrice, Rosalia Manno Tolu. Con i colleghi e le colleghe (da Orsola Gori ad Anna Bellinazzi e a Francesco Martelli) condivise responsabilità ed entusiasmo. Ma a chi consulti l’elenco dei titoli allegati al curriculum non può sfuggire quanto quelle iniziative siano state per lei anche occasione di ricostruzione e di riflessione storica, su temi che dalle fonti raccolte per le mostre avevano acquistato la loro corposità. Si pensi, per fare un solo esempio, a due saggi ben diversi, ma strettamente apparentati, il primo su La corte dei Lorena a Firenze dal 1737 al 1859. Fra logiche dinastiche e governo del territorio, inserito nel catalogo, curato da lei e da Piero Marchi, della mostra già ricordata La corte in Archivio; il secondo su La concezione della sovranità e vita di corte in età leopoldina (1765-1790), presentato al convegno su La corte di Toscana dai Medici ai Lorena, che fu affiancato alla mostra omonima.
Dalle attività organizzative si può dunque passare in stretta continuità, nel caso di Sandra, ai titoli scientifici, che, sia pure in forma separata, costituiscono, se si vuole, il quinto settore del suo curriculum-autoritratto. 56 titoli, elencati in semplice ordine cronologico e senza note esplicative, come è usuale fare per i concorsi universitari. Essi confermano lo stretto legame che Sandra stabilì tra attività archivistica e studi storici. L’attenzione iniziale per la demografia storica (nei tardi anni ’70 di moda più di oggi) si protrasse nel tempo abbastanza da suggerirle, nel 1996, un bel saggio, scritto insieme a Francesco Martelli, sul censimento del 1767 come fonte per la struttura professionale della popolazione di Firenze. Ma dal 1987 sono proprio gli archivi, con i loro problemi di ordinamento, ad assumere un peso primario nei suoi interessi. Con le altre giovani leve dello staff fiorentino (Vania Arrighi, Anna Bellinazzi, Loredana Maccabruni, Diana Toccafondi, Carlo Vivoli) scrisse allora una ventina di pagine su Il problema dell’ordinamento dell’archivio di stato di Firenze: precedenti storici e prospettive, pubblicate nella “Rassegna degli archivi di stato”. Seguirono, nel 1991 e nel 1995 e nel 1997, dei contributi redatti in collaborazione con Francesco Martelli sull’Archivio delle regie rendite, del quale infine, sempre nel 1997, essi pubblicarono una guida-inventario. Nel 1995, insieme a Vanna Arrighi, Sandra aveva pubblicato un inventario degli archivi della podesteria di Sesto e Fiesole.
Intanto, però, era nata la vera e propria studiosa, cultrice di temi immediatamente storici. L’inizio fu una comunicazione, nel 1984, Ceto di governo locale e riforma comunitativa in Val di Fievole, ad un convegno coordinato da Mario Mirri. Poi, con un deciso spostamento dalla periferia al centro, un saggio di più di cento pagine su Pompeo Neri tra Firenze e Vienna (1757-1766), il più ampio del volume degli atti di un colloquio tenuto a Castelfiorentino nel 1988 sull’abate e funzionario dei Lorena. Un saggio costruito non solo sulle carte dell’Archivio di Stato di Firenze, ma su quelle dello Haus-Hof und Staatsarchiv di Vienna, sul fondo Botta Adorno della Biblioteca Ambrosiana di Milano e sull’Archivio Rosenberg, conservato a Klagenfurt. La rete delle carte cui Sandra attingeva aveva estensione europea. E nelle sue pagine emergeva, in modo più evidente che non nei precedenti lavori, la sua voracità di lettrice: una lettrice “onnivora –ha scritto in modo tenero e affettuoso Daniela Lombardi– sempre aggiornatissima sulla produzione storiografica italiana e straniera. Le lunghissime note che accompagnavano i suoi testi, oggetto di critica scherzosa da parte delle amiche e degli amici ci dicono molto delle sue estese ed approfondite conoscenze.” La figura del funzionario con le sue luci e le sue ombre, le sue posizioni politiche, la rete dei suoi rapporti non sempre facili, la sua ascesa e il suo declino prendevano così corpo, come Sandra stessa suggeriva, entro il quadro ricco e aggiornato del “composito articolarsi della lotta politica” sotto la tarda Reggenza e nel primo periodo Leopoldino; dei gruppi di uomini che ne erano protagonisti; dei loro conflitti ideologici e politici, e degli interessi materiali che li animavano.
Era ormai prossimo al suo compimento “un lungo tragitto di ricerca”, come Sandra avrebbe scritto, che nel 2002 sarebbe sfociato in un bel volume –La reggenza lorenese tra Firenze e Vienna. Logiche dinastiche, uomini e governo (1737-1766)– nel quale gli studi precedenti si sarebbero fusi con parti nuove, in un ripensamento complessivo. Qui centrale non era più la figura di un singolo personaggio, né del corpo complessivo dei funzionari e ministri che lavorarono all’ombra dei nuovi sovrani, ma il “dato dinastico nella valutazione degli anni della reggenza lorenese”. E non questo soltanto. Consapevole della ricchezza sia degli studi risalenti a tempi passati che di quelli recenti, l’autrice –come sempre lettrice attenta e vorace– si proponeva di riflettere “sull’intreccio tra politiche interne e sistema internazionale”; di aprire la storia del Settecento toscano “a quello delle corti e delle dinastie, delle guerre e delle strategie dei gabinetti e degli spazi diplomatici”: e dunque a una dimensione europea. Il termine Grosspolitik non le piaceva, ma, quando si tengano presenti anche le sue implicazioni mediate –culturali, sociali ed umane– può servire abbastanza bene per designare l’impianto del volume, racconto storico teso ed appassionato in cui la dimensione propriamente politica è centrale.
Al volume si sarebbero aggiunti numerosi saggi ulteriori, che qui sarebbe difficile ricordare: la storia della reggenza rappresentò uno degli interessi più forti e più costanti di Alessandra Contini. Sarebbe però sbagliato ammantare la studiosa delle vesti della specialista. Esse le andarono sempre strette: si manifestò invece in lei una curiosità multidirezionale, rivolta, sia pure lungo fili consistenti e precisi, a temi diversi, e insofferente di precisi confini cronologici. Anche in ciò il fascino e l’originalità della sua figura di studiosa, in tempi segnati a volte da uno specialismo troppo stretto. Settecenteschi sono ancora i suoi studi sulla polizia come strumento di disciplina largamente usato nel periodo Leopoldino, nei quali l’analisi delle istituzioni si intreccia con quella delle pratiche; e la “polizia” è talvolta intesa anche come abito interno, e accostata e contrapposta alla “regolata devozione”. Ciò avviene ad esempio nel saggio sulla abolizione delle Compagnie nella Firenze leopoldina incluso nel 2003 in Religione cultura e politica nell’Europa dell’età moderna. Studi offerti a Mario Rosa dagli amici. Settecenteschi –benché diversamente orientati verso la vita e la cultura materiale– i saggi sull’organizzazione degli spazi della Corte a Pitti e a Boboli condotti con Orsola Gori in occasione di un’altra bella mostra (Palazzo Pitti. La reggia rivelata) tenuta a Firenze tra il 2003 e il 2004. Ma al Cinquecento, mediceo, e non solo mediceo e fiorentino, la condusse la storia della diplomazia e degli uomini che ne fecero il proprio mestiere, dei loro profili, modi di negoziare e di osservare; e l’analisi delle istruzioni che ricevettero e delle relazioni che lasciarono dietro di sé. Alla diplomazia medicea cinquecentesca ha dedicato un duplice studio, pubblicato, sotto il coordinamento di Daniela Frigo, su “Cheiron” nel 1998 e in una raccolta di saggi, Politics and Diplomacy in early Modern Italy: the structures of diplomatic practice, 1450-1800, edita dalla Cambridge University Press nel 2000. Sul tema è tornata nel 2002, ancora per il periodo di Cosimo I. Delle relazioni veneziane di metà Cinquecento si è occupata in L’informazione politica in Italia (secoli XVI-XVIII), curata da me e da Mario Rosa nel 2001. Si è già visto che alla pubblicazione e introduzione delle istruzioni diplomatiche medicee cinquecentesche ha serenamente dedicato i suoi ultimi mesi di vita.
Anche della centralità assunta a partire dal 1998 dalla storia delle donne nella sua attività organizzativa e nella trama dei suoi studi si è già parlato. Ma ad essa bisogna tornare per concludere il profilo di Sandra archivista e storica. Alle tendenze che, a partire dagli anni ’80-’90, erano emerse in Italia e altrove nel campo della storia del genere, Sandra rispose con il calore che le era proprio. Esse modificarono i termini stessi del suo lavoro. Brusca la rottura tematica e ampie le escursioni cronologiche che ne scaturirono. Pur interessata ancora una volta in primo luogo al Settecento, Sandra si occupò da un lato di Eleonora di Toledo, con un saggio di cui questa era protagonista, Spazi femminili e costruzione di un’identità dinastica, edito nel 2005 in La società dei principi nell’Europa moderna (secoli XVI-XVII). Si avventurò d’altra parte nei salotti risorgimentali toscani, restituendo la parola a tre donne di Vincenzo Salvagnoli in un rapido studio accattivante incluso nel 2004 in un volume a lui dedicato, Il risorgimento nazionale di Vincenzo Salvagnoli. Politica, cultura giuridica ed economica nella Toscana dell’Ottocento.
Era certo ancora lontana la maturazione di un nuovo libro o di una ricerca compiuta. Neppure si può immaginare quale direzione specifica questa avrebbe potuto prendere nel tempo. E il tempo è mancato. Ma nella vivacità, e direi tensione, delle riflessioni sulla memoria e la scrittura delle donne –di quella metà del mondo a lungo rimasta silenziosa e tuttora renitente a dare, se non incoraggiata, piena testimonianza di sé– sembra che Sandra avesse trovato un suo nuovo modo di coniugare l’archivio alla ricerca storica, e di aprire l’una e l’altra al fluire del tempo, superando potenziali chiusure e distanze.
In questa direzione, e non solo in questa, sono ancora molti gli scritti di Sandra in attesa di pubblicazione. Ciò da un lato rattrista: aveva ancora molto da fare e da dire. Ma dall’altro ce la fa sentire sempre con noi, a svolgere compiti non esauriti, ancora essenziali.

* Il testo è stato letto al Convegno della SISEM, Brescia, 23 marzo 2007.


Ultimo aggiornamento per la sezione Memoria: 05/08/2011

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