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Corriere della sera 24/12/2017

Una libertà riservata ai bianchi


di Tiziano Bonazzi

Le nazioni moderne sono nate da un patto di memoria che porta i cittadini a condividere un racconto di storie e di valori. Negli Stati Uniti il patto ha il suo fulcro nella rivoluzione del 1776, la lotta di un popolo nel nome di valori universali di libertà contro il dispotico governo inglese. Un mito politico che, al pari di ogni altro patto di memoria nazionale, cancella come mistificazione o tradimento quanto contraddice il limpido racconto di fondazione. La verginale purezza degli eventi che dalla Dichiarazione di indipendenza del 1776 culminano nella Costituzione del 1787 ha la sua icona nel racconto del primo presidente George Washington che da bambino, davanti al padre il quale gli chiede furente se avesse, lui, scortecciato e fatto morire un giovane ciliegio, risponde: «Papà, lo sai che non sono capace di mentire. Sì, sono stato io». Non importa la verità storica dell’episodio, mai provata. Importa che a essere incapace di menzogna sia il Padre di una patria che sarà a sua volta verginalmente pura e che il racconto sia entrato in tutti i sussidiari dei bambini d’Oltreatlantico.

In quest’apologo sta la differenza americana, l’eccezionalismo di un Paese dove, secondo il suo mito politico, la libertà è sempre esistita — e con essa la verità — al contrario di quanto accaduto nel Vecchio Mondo. C’era già nel periodo coloniale e dopo il 1776 non ha fatto che trionfalmente crescere. Proprio per questo, tuttavia, la storia americana non può, per quanto appaia paradossale, fondarsi su una rivoluzione, almeno per come il termine era inteso nel secolo scorso, quando le ideologie gli assegnavano un significato forte, quello di un passaggio epocale destinato ad abbattere il passato. Oltreatlantico vi sarebbe stata una «rivoluzione-non rivoluzione», con cui «l’America eterna» si svincolò dalle pastoie impostele da Gran Bretagna e Vecchio Mondo.

Questa tesi è viva ancor oggi, contestata ma viva, e continua a far parte del dibattito sullo statuto fondativo della rivoluzione. Si pensi a un’eredità del reaganismo, la dottrina dell’original intent per la quale i giudici dovrebbero attenersi al senso che i Padri fondatori diedero alle parole della Costituzione senza interpretarla, senza farne una «Costituzione vivente» che si adatta alle esigenze dei tempi. E questo per difendere l’identità americana, centrale anche per l’ America first di Donald Trump. In un Paese profondamente spaccato come gli Stati Uniti una simile tesi non è accettata da molti e soprattutto da quanti hanno le proprie radici negli anni Sessanta, nei movimenti degli afroamericani, delle donne, dei gay e nelle lotte contro la guerra in Vietnam. Fra questi la grande maggioranza degli storici accademici, il cui status agli occhi di molta parte dell’opinione pubblica è quello di parassiti corruttori della gioventù; ma che continuano imperterriti il loro lavoro con la messianica determinazione di ogni buon americano.

Si tratta di un lavoro di scavo enorme, come indicano i saggi del numero congiunto appena pubblicato dalle due principali riviste che trattano di quel periodo, il «William and Mary Quarterly» e il «Journal of the Early Republic», che danno conto della radicale trasformazione del lavoro storico negli ultimi decenni. Il patto di memoria ne esce violato da robuste ricerche di storia sociale, di genere, dell’Ovest, dei nativi, degli schiavi, degli sconfitti, della violenza e delle sofferenze, anche se gli storici abbandonano il patto con pietas più che con furore. Un’operazione su cui riflettere anche in Italia, perché si tratta di un fare i conti col passato che è meditazione politica sul presente.

Alan Taylor è un protagonista di questa svolta, di cui dà un esempio con Rivoluzioni americane (Einaudi) dopo averla anticipata con i suoi lavori sul periodo coloniale. Il plurale che Taylor usa nel titolo è già un manifesto: parlare della rivoluzione americana al singolare vorrebbe dire piegarsi al patto di memoria e alla sua pretesa di un evento unitario e univoco. Non così per gli storici contemporanei che attaccano quella pretesa da due direzioni: che si sia trattato di una svolta storica che ha contrapposto Nuovo a Vecchio Mondo, una sorta di resa dei conti nella civiltà occidentale; che la sua direttrice vada dalle colonie nordamericane alla Gran Bretagna, rispetto alle quali ogni altro popolo e regione sarebbero incidentali.

Le rivoluzioni americane, infatti, intrecciano le storie dei popoli di tutto il bacino atlantico, europei di nazioni diverse e africani e nativi americani di nazioni e culture differenti. Si tratta di storie di vincitori e di sconfitti che non possono, nessuna, essere dimenticate. Non vi è una vincente libertà universale incarnata da bianchi anglosassoni rispetto alla quale i nativi e gli africani sono scarti della storia al pari dei lealisti e degli spagnoli, perché la prima è nata volutamente a spese degli altri. Non vi è una libertà comune e democratica per la quale ogni americano combatté e vinse, perché i leader della rivoluzione, tutti membri delle classi dominanti coloniali, vinsero per una libertà che intendevano loro governare. La stessa Costituzione, scrive Taylor non senza ragione, fu il frutto di una volontà politica volta a bloccare l’insorgenza popolare nata dalla lotta rivoluzionaria che apriva falle nelle oligarchie. Spostare il luogo del potere verso un governo nazionale a spese di quelli statali fu un lucido disegno che metteva assieme la necessità di dar forza a una nazione debolissima e quella, sentita dalle élite, di costituire un luogo di potere lontano dal popolo.

Taylor ci parla del dramma della rivoluzione, delle sue incongruenze, delle sue contraddizioni e delle tante sofferenze della gente comune la cui vita venne sconvolta dagli eserciti in marcia e dagli scontri fra patrioti e lealisti. Ci parla di una libertà che avrebbe dovuto indebolire, ma rafforzò la schiavitù e intese renderla permanente, così come di una nazione nata nel nome di una libertà che aveva in sé il desiderio di gente comune e di grandi speculatori dell’Est di strappare le terre ai nativi. Disegno che il governo statunitense fece subito proprio.

 

Il libro di Taylor non è «antiamericano», è piuttosto l’opera di un americano di oggi che, al pari di molti, scopre che i miti politici del passato sono pericolosi e non si perita di porre al centro anche le pagine oscure della rivoluzione che il filiopietismo d’antan collocava ai margini, fuori della storia. Taylor non nasconde — è ben lieto di non nascondere — che la rivoluzione e i suoi princìpi, pur realizzati solo in parte e a costo di grandi contraddizioni, crearono una società meno gerarchica, più fluida e aprirono la possibilità di ulteriori conquiste. Il suo — questa è la vera novità — non è il racconto di un universale che s’incarna nella storia; ma l’analisi di cosa sia davvero stato il We, the people , il «Noi, il popolo» con cui si apre la Costituzione. Non una band of brothers , secondo il titolo della serie tv sulla Seconda guerra mondiale; ma un insieme vario e contraddittorio di persone con scopi e volontà diverse. Se ne trae una riflessione contro i tentativi di fare del popolo un corpo compatto con una volontà sola. We, the people non è un noi collettivo che diventa io ma una realtà storica a tutto tondo, conflittuale, contraddittoria e anche malevola, con la quale occorre fare i conti per muovere poi non verso la libertà ma verso alcuni, contestati traguardi di libertà. Nell’opera di Taylor e degli storici contemporanei si ritrova il pluralismo pensoso e inquieto che fu di uno dei grandi patrizi della rivoluzione, James Madison (schiavista, non lo si dimentichi) per il quale la libertà può vivere solo se vivono le fazioni e se si creano istituzioni che impediscano alla maggioranza di schiacciare le minoranze. Siamo alla lezione del costituzionalismo americano che Taylor, preso più dalla storia sociale che da quella politica, purtroppo tratta assai poco; ma che, se non lo si erige a religione, resta fonte di potenziali libertà.

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 12/12/2018

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