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La Gazzetta di Parma 01/10/2012

Gran congiura: parola ai giuristi
Il processo sommario di Ranuccio I Farnese contro i feudatari avvenne 400 anni fa e si concluse nel sangue

di Pier Paolo Mendogni

Era il 19 maggio di quattro secoli or sono. Durante la notte nella piazza grande si era lavorato in fretta per allestire il palco di legno che arrivava alle finestre del primo piano del palazzo dell’Auditore Criminale (angolo via della Repubblica): le strade adiacenti erano sorvegliate dalle truppe fatte arrivare da Piacenza, non fidandosi di quelle parmigiane. Fin dal mattino presto la gente era accorsa per assistere all’esecuzione dei feudatari condannati per la «congiura» contro il duca Ranuccio I Farnese: le finestre dei palazzi erano gremite e molti erano saliti sui tetti. Sul palco, coperto da drappi neri, erano allineati tre ceppi con le scure ed erano stati conficcati sette lunghi chiodi destinati a ricevere le nobili teste mozzate. Più in là vi erano tre forche per i condannati plebei.

Il lugubre rintocco della campana segnò l’inizio del macabro spettacolo. Da una finestra la prima ad uscire fu la contessa di Colorno Barbara Sanseverino, sessantaduenne ma ancora attraente: indossava un abito leggero e sul capo portava uno scialle nero di tessuto fine. La mannaia del boia si abbattè sul suo collo ma in modo impreciso e uno dei carnefici la finì orribilmente con un coltello. Poi toccò al suo secondo marito, il conte Orazio Simonetta di Torricella; a suo figlio Girolamo Sanvitale, 45enne marchese di Sala e Colorno; al nipote Gian Francesco ventiduenne marchesino di Sala; al conte Alfonso Sanvitale, 38enne; al conte di Felino Gian Battista Masi, 38enne; al conte di Montechiarugolo Pio Torelli, 34enne. I cadaveri, spogliati, vennero trasportati nell’oratorio di San Giovanni decollato (in borgo della morte) per essere sepolti. Il duca Farnese con questa sentenza aveva chiaramente indicato alla nobiltà locale quale fosse il proprio potere e quale il ruolo dei feudatari e con la confisca dei beni aveva incrementato le finanze e il patrimonio ducale con le terre di Colorno e Sala Baganza. Sono passati quattro secoli da quel sabato di sangue e ancora si discute se la congiura vi fu realmente o fu abilmente orchestrata con la persuasiva sollecitazione della tortura. Un’analisi particolarmente articolata della complessa vicenda – che tocca aspetti giuridici, politici e storici – è stata compiuta da Alberto Cadoppi, docente ordinario di diritto penale all’Università di Parma e storico, nel volume «La Gran congiura. Il processo di Ranuccio I contro i feudatari parmensi (1611-12)», edito da Mup, che esce proprio in concomitanza col convegno su «La congiura dei feudatari contro Ranuccio I Farnese», che si terrà venerdì 5 al pomeriggio e sabato 6, tutto il giorno, nell'Aula dei Filosofi dell'Università con la partecipazione di illustri studiosi del diritto e di storia.

Alberto Cadoppi ha voluto approfondire la vicenda con la «lente del giurista » per cui l’ha inquadrata nell’ambito della giustizia criminale del tempo caratterizzata dall’atrocità, dalla ferocia e dall’arbitrarietà della applicazione di leggi caotiche. I delitti di «lesa maestà» (crimen lasae) contro lo Stato o il Principe erano puniti con la morte e la confisca dei beni e in caso di congiura l’attentato era parificato al delitto consumato. Ranuccio I (1569-1622) è stato un duca dalla personalità complessa. Sul piano istituzionale ha fatto redigere le Costituzioni ducali e le leggi penali; ha costituito l’Università e il Collegio dei nobili; ha sostenuto l’arte e l’architettura (vedi Teatro Farnese). Sul piano umano, invece, è stato condizionato dalla sua enorme dedizione al culto della casata, che l’ha portato ad atteggiamenti cinici e feroci, e dalle sue maniacali ossessioni. Il matrimonio fallito tra la sorella Margherita e Vincenzo Gonzaga gli provocava un odio implacabile verso il duca di Mantova, che ha influito anche sulla «congiura », essendo Barbara Sanseverino – donna brillante e insofferente a certe imposizioni ducali – molto legata al Gonzaga. A ciò si aggiunga il terrore di non avere un discendente per cui prima ha legittimato il figlio naturale Ottavio, poi l’ha fatto imprigionare alcuni anni dopo la nascita (1612) del figlio legittimo Odoardo.

La nascita di Odoardo era stata preceduta da una serie di aborti e da quella del sordomuto Alessandro (1610) cosicché Ranuccio, bigotto e superstizioso, finiva per convincersi di essere vittima di qualche fattura. Iniziava nel ducato la caccia alle streghe con una serie di processi nelle cui carte si trovano menzionati molti nomi di personaggi che verranno coinvolti nella congiura. Congiura che – stando a Francesco Melegari (1804) – sarebbe stata scoperta casualmente in seguito all’arresto del conte Alfonso Sanvitale (giugno 1610) per aver commissionato ad alcuni sgherri di sparare alla moglie Silvia Visdomini e alla suocera. Durante un interrogatorio una frase insospettiva l’inquisitore Piosasco e da lì sarebbe stata scoperta la «lesa maestà » per la quale - osserva Cadoppi – bastava la «disobbedienza» e «l’infedeltà». Con la tortura poi era facile dare «maggiore sostanza alle accuse».

Il dubbio se fu una vera congiura o solo l’espressione di un malcontento resta. La diplomazia ducale cercò di convincere tutti sulla giustizia delle condanne ma l’immagine di Ranuccio ne è uscita storicamente offuscata.

 

Copyright La Gazzetta di Parma 2012

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