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La Gazzetta di Parma 03/12/2011

Serenissima, sfingi e piramidi
Venezia e l'Egitto, testimonianze artistiche e archeologiche dall'antichità alla fine dell'Ottocento

di Pier Paolo Mendogni

Far una chava dal mar rosso che mettesse a drectura in questo mar de qua, come altre volte etiam fo rasonado de far: la qual chava se potria assegurar al una et l’altra bocha cum do forteze per modo che altri non potrian entrar ne ussir, salvo quelli volesseno el Signor Soldan...»: l’idea di scavare un canale navigabile tra il fiume Nilo e il Mar Rosso per raggiungere con le navi l’Oriente è venuta ai veneziani all’inizio del ‘500 come si legge nella minuta di un documento (24 maggio 1504) del Consiglio dei Dieci con cui affidava all’ambasciatore Francesco Tedaldi l’incarico di incontrare il sultano d’Egitto. Questa rapida «via delle spezie» avrebbe così messo in difficoltà gli olandesi che aveva scoperto la possibilità di arrivare con le navi in India circumnavigando l’Africa e facevano una serrata concorrenza ai veneziani che acquistavano ad Alessandria d’Egitto le spezie che poi rivendevano in tutto l’Occidente. La primogenitura dell’idea del Canale di Suez è una delle tante sorprese che contrassegnano la mostra «Venezia e l’Egitto» in corso a Venezia nella maestosa Sala dello Scrutinio del Palazzo Ducale (fino al 22 gennaio) a cura di Enrico Maria dal Pozzolo, Rosella Dorigo e Maria Pia Pedani ai quali si deve pure il voluminoso catalogo edito da Skira. Il rapporto fra la Serenissima e il mitico regno dei Faraoni è iniziato nell’Alto Medioevo - la prima notizia di commerci si ha intorno al 750 - e si è così rapidamente consolidato che il 31 gennaio dell’828 per opera di due mercanti è giunto a Venezia da Alessandria d’Egitto – la città in cui si trovava l’imponente faro considerato una delle sette meraviglie del mondo – il corpo dell’Evangelista San Marco, patrono della città, per il quale verrà costruita la splendida basilica scintillante di preziosi mosaici, testimonianza di un profondo intreccio culturale e artistico tra l’Occidente e l’Oriente. Alle reliquie di San Marco si accompagna l’altro simbolo della città, il Leone alato, legato sì all’iconografia dell’evangelista ma inizialmente tratto dall’insegna araldica di un sovrano del Cairo. I miti di San Marco e del Leone, quest’ultimo diventato il logo della città lagunare, che portano nel mondo l’immagine di Venezia hanno quindi una comune origine in quel territorio che per secoli è stato considerato la porta dell’Oriente, centro di tutti gli scambi commerciali di spezie e sete provenienti dal Medio Oriente e dai lontani paesi asiatici. E le navi insieme alle merci trasportavano i miti di una terra densa di fascino e di mistero, alimentati dai racconti di colti e avventurosi viaggiatori e dagli oggetti d’arte che trasportavano. L’attuale rassegna ci fa rivivere il fascino di questi viaggi attraverso straordinarie testimonianze: rarissime monete alessandrine e veneziane, raffinati codici miniati, mappe, oggetti preziosi, stoffe, dipinti di grandi maestri (Giorgione, Tiziano, Tintoretto, Piranesi) col loro Oriente immaginario e quello realistico di Ippolito Caffi; e poi gli storici reperti egizi e perfino un mummificato coccodrillo del Nilo, venerato come dio delle acque. Commercio vuol dire denaro e sono le monete a dare inizio al viaggio lungo i secoli fino all’apertura nel 1869 del Canale di Suez, progettato dal trentino Luigi Negrelli: monete con immagini dei Tolomei, Cleopatra, di imperatori romani della zecca di Alessandria. A Roma si realizzano statue di Iside e Anubis. In Egitto conducono le storie di San Marco, dipinte da Paolo Veneziano coi figli nel capolavoro della pala d’oro, in quanto tre scene si svolgono ad Alessandria, dove l’Evangelista è stato martirizzato. Jacobello da Fiore puntualizza l’iconografia del Leone alato di San Marco. Carte nautiche, incisioni con vedute di Alessandria e del Cairo, astrolabi, dipinti con galeazze sottolineano i viaggi commerciali con scambi di oggetti preziosi come il vaso di Artaserse,  cristalli di rocca egiziani e di Costantinopoli, tessuti del V secolo in lino e seta ecru, candelieri e bacinetti in ottone inciso e ageminato. Ma c’è anche un Egitto immaginario, quello descritto dagli artisti nei loro dipinti di storie bibliche. Giorgione pone il Mosè alla prova del fuoco in un paesaggio veneto con personaggi che indossano variopinti turbanti; il ritrovamento di Mosè di Bonifacio dei Pitati è una festa campestre con concertino; Tiziano ha inciso il Faraone e le sue truppe travolti dal Mar Rosso e Piranesi ha disseminato le sue rovine di obelischi, piramidi e ha progettato camini in stile egizio con sfingi, animali sacri e geroglifici. Siamo nel Settecento: si scambiano gemme magiche, scarabei, statuette. «L’Alcorano di Maometto» era già stato tradotto in italiano e pubblicato nel 1547. Nell’Ottocento l’immagine dell’Egitto diventa realistica: Ippolito Caffi si reca al Cairo e dipinge panorami storici (il tempio di Karnak, le piramidi), brani della città popolati di uomini col turbante e di donne velate. E il triestino Alberto Rieger nel 1864 documenta visivamente il progetto in corso di realizzazione del canale di Suez.

 Copyright La Gazzetta di Parma 2011

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 25/11/2020

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