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Avvenire 06/07/2007

Nella corsa per la stampa Gutenberg perse al fotofinish con i coreani
«Jilkji» libro buddhista del 1377, anticipò la Bibbia del monaco tedesco, con la tecnica della fusione a cera persa

di Lorenzo Fazzini

Prima di Gutenberg poterono i coreani. E in questa «gara» per la primogenitura del libro stampato con tecnologia moderna, una parte importante - curiosità significativa - lo ebbe la religione. Infatti, se nella Germania pre-rinascimentale la prima opera significativa ad esser messa nero su bianco dal torchio dello stampatore di Magonza è stata la Bibbia, nell'Estremo Oriente fu la volta di un compendio dell'insegnamento del Buddha. Come se civiltà reciprocamente lontane avessero capito in maniera indipendente - non ci sono prove che dimostrino che Gutenberg fosse a conoscenza di quanto già era stato approntato in Asia - che la prassi di imprimere l'inchiostro su un foglio dovesse esser impiegata anzitutto per ciò che riguarda Dio e la spiritualità. E in questi giorni sembra giunto il tempo di riaggiornare un primato «storico» sancito anche dall'Unesco: ovvero, che la Bibbia edita dallo stampatore tedesco di Mainz non è il più antico libro stampato con caratteri mobili di bronzo, perché a precederlo fu il Baegun-hwasang-chorok-buljo jikji-simche-yojeol della Corea, opera abbreviata nella più semplice formulazione di Jikji. A tale scopo tende una missione culturale che questa settimana arriverà in Italia da Seoul e dintorni: alcuni esponenti culturali sudcoreani saranno in questi giorni nel nostro Paese per presentare il Jikji, che nel 2001 venne riconosciuto dall'Unesco come il più antico libro stampato con caratteri mobili metallici conosciuto oggi al mondo. Era il 4 settembre 2001 quando il Jikji veniva registrato nel programma «Memory of the World» dell'organizzazione culturale internazionale di stanza a Parigi. Il Jikji (pronuncia Giczi) è un libro di 39 pagine stampato su carta le cui fibre sono state ricavate dalla pianta Mulberry, prodotto dai monaci buddisti del tempio di Hengdeoksa, nei pressi della città di Cheongju (Corea del Sud), attualmente ridotto ad alcune rovine. All'epoca in cui venne redatto si era nel mezzo del Medioevo Coreano, periodo fecondo nei campi del pensiero, della tecnologia e della letteratura. Nell'ultima pagina del volume sono contenute le indicazioni essenziali dell'opera: il periodo di stampa (luglio 1377), la località (Heungdeoksa) e nel verso sono nominati i incaricati di stampare: Seokchan e Daldam insieme al collaboratore finanziario, il monaco Myodeok. La modalità di produzione (caratteri mobili di metallo, ottenuti con la tecnica della fusione a cera persa) è stata ricostruita da diversi studiosi a livello internazionale che hanno analizzato il testo nel corso degli ultimi 35 anni. In copertina si può leggere ancora la riga e mezza scritta presumibilmente da Collin de Plancy (1853-1922), responsabile degli Affari Esteri francese e ministro plenipotenziario in Corea, che portò il Jikji in riva alla Senna: «Le plus ancien livre corèen imprimé connu en caractérer fondus, avec date 1377». «Quest'opera consta di due volumi di cui il primo, al momento, è andato perduto; il secondo è conservato alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi», spiega la ricercatrice veronese Nella Poggi, restauratrice di stampe antiche con sei anni di esperienza in diversi musei americani. Da qualche mese questa giovane studiosa si è "tuffata" nello studio del Jikji in collaborazione con il Cheongju Early Printing Museum.«Il contenuto di questo testo - spiega - è un insieme di insegnamenti del buddismo zen: secondo una credenza molto attestata nelle pagode buddiste, la presenza di un manoscritto di questo genere avrebbe protetto il monastero dalle invasioni dei Mongoli e da ogni altro genere di violenza». Ma nel comporre il Jikji si dovette nel tempo provvedere ad un intervento tecnologico che sopperisse alla fallibilità manuale dei monaci buddisti. Già, perché la prassi di trascrivere gli insegnamenti del Buddha era considerata una sorta di "ascesi" spirituale del singolo amanuense e di qui nacque la necessità di un sistema tecnologico di stampa con caratteri mobili fusi con metallo per "clonare" il testo in maniera perfetta. In Oriente tale inventiva non venne destinata all'uso della produzione di massa, come invece avvenne ben presto in Occidente dopo Gutenberg. La delegazione sudcoreana arriverà in Italia il 6 luglio e visiterà i maggiori centri della produzione tipografica nel nostro Paese, come Bassiano (Lt), Subiaco, Verona, Toscolano Maderno (BS) e Venezia, con lo scopo di diffondere la conoscenza del Jikji. Non è mai troppo tardi per riaggiornare un primato fondante come quello della stampa. 

© Avvenire

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 10/12/2019

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