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il sole 24 ore 06/01/2019

Francesco Benigno. Sin dalla Rivoluzione francese, per l’autore il terrorismo punta a scuotere le masse e non lo si può separare nettamente dalle altre forme di violenza politica. Scontro tra il Bene e il Male


di Gabriele Pedullà

C’è un modo semplice per dirlo, ed è anche il migliore: Terrore e terrorismo di Franco Benigno è un grande libro. In neanche quattrocento densissime pagine uno dopo l’altro vengono a cadere tutti i luoghi comuni su uno dei temi più dibattuti dai commentatori politici, mettendo alla prova certezze inscalfibili e credenze diffuse. Se nell’Italia di oggi c’è ancora spazio per una seria discussione intellettuale, si può prevedere che il saggio di Benigno farà scorrere parecchio inchiostro nei prossimi mesi.
Il fertile campo dei così detti Terrorism studies è da tempo saturo di ricerche empiriche, concentrate sugli ultimi decenni e poco attente alla dimensione storica e teorica, se non nei loro sforzi per offrire una definizione “scientifica” del tipo di violenza politica che andrebbe fatta rientrare in questa categoria (la definizione più comune essendo quella che bolla come terroristica la violenza sui civili). Non appena però ci lasciamo alle spalle la strabocchevole letteratura politologica, è facile rendersi conto come sino a oggi il terrorismo sia stato affrontato nel discorso pubblico sostanzialmente attraverso due paradigmi interpretativi, che si possono definire con qualche approssimazione psicologico e giuridico.
Il primo di essi è legato al nome di Fedor Dostoevskij, che ne I demoni (1873) ha offerto un memorabile ritratto dall’interno del terrorista anarchico, presentato come l’Altro assoluto, in un pericoloso ma anche narrativamente affascinante incrocio di follia e di estrema razionalità (auto)distruttiva, in una sorta di paradossale e perverso amore per l’umanità. Il fascino sinistro che accompagna il terrorista nell’immaginario contemporaneo ha qui la sua origine.
Per comodità, il secondo paradigma può essere associato invece alla figura di Carl Schmitt. Al grande filosofo tedesco si deve infatti un prezioso libretto intitolato Teoria del partigiano (1963) e dedicato alle diverse incarnazioni del combattente irregolare – rivoluzionari e terroristi compresi. Per Schmitt, con la crescente importanza militare delle formazioni non inquadrate in un vero e proprio esercito si sarebbe consumata niente meno che la fine del «diritto internazionale classico». Semplicemente, in un mondo popolatosi di partigiani, rivoluzionari e terroristi viene a cadere il sogno di una guerra «in forma» che aveva accompagnato sin dalla prima modernità gli sforzi per contenere e “umanizzare” i conflitti (tra l’altro anche perché i combattenti irregolari non possono aspirare alle garanzie concesse ai soldati di un esercito nemico). Si annuncia il tempo dell’anomia e del caos globalizzato.
Rispetto a questi due grandi modelli interpretativi, Benigno compie uno scarto decisivo riallacciandosi piuttosto alla lezione di Michel Foucault. Come Foucault sosteneva che per comprendere ciò che è stata la follia in Occidente occorre analizzare pratiche di comportamento, dispositivi di controllo e discorsi come se la malattia mentale non esistesse, così Benigno, consapevole che terroristica è quasi sempre solo la violenza dei propri avversari, invece di cercare di isolare i comportamenti presumibilmente tali alla luce di una delle tante definizioni che ne sono state proposte, ricostruisce i mille modi diversi in cui negli ultimi due secoli il terrorismo è stato – di volta in volta – teorizzato, praticato, descritto, combattuto, contraffatto e strumentalizzato. Forse si è davvero sempre terroristi unicamente negli occhi degli altri, ma allora è proprio sull’ininterrotto conflitto di discorsi e tecniche di manipolazione che lo studioso può e deve concentrarsi, assumendo come punto di partenza il momento in cui il termine si è affermato la prima volta: durante la Rivoluzione francese.
Forte di questa risoluta scelta metodologica, Benigno giunge così a formulare diverse ipotesi assai originali: prima ancora che incutere paura nel nemico, i terroristi puntano a mettere in scena uno scontro assoluto tra Bene e Male, con l’obiettivo di scuotere le coscienze assopite delle masse, secondo quella che gli anarchici dell’Ottocento definivano la «propaganda con il fatto»; non è possibile separare nettamente il terrorismo dalle altre forme di violenza politica, dal momento che «prendere di mira la popolazione civile» è «al centro della moderna concezione della guerra»; il terrorismo non è solo un’ideologia ma anche una tecnica, in quanto tale disponibile a un gran numero di soggetti, tra cui gli Stati: ragion per cui molto presto la storia del terrorismo si intreccia indissolubilmente con quella delle infiltrazioni da parte dei servizi segreti dei movimenti radicali (un punto su cui Benigno sfrutta con grande intelligenza la letteratura antiterroristica della Guerra fredda). In definitiva, grazie a Benigno il terrorismo si mostra finalmente in tutta la sua disarmante normalità.
Si tratta di acquisizioni importanti, che ridisegnano un intero campo di studi. Naturalmente l’opzione foucaultiana ha anche un prezzo, e questo prezzo non è indifferente quando il fenomeno del terrorismo viene osservato nel quadro più generale della storia novecentesca e in particolare della storia dei movimenti socialisti. Come Foucault negava l’alterità della follia, così Benigno rifiuta che ci sia stato qualcosa come una specificità della politica rivoluzionaria: vale a dire che nel XX secolo alcune centinaia di milioni di militanti abbiano dedicato (e talvolta immolato) le proprie esistenze per far trionfare una concezione radicalmente alternativa delle relazioni tra gli uomini. La manualistica controrivoluzionaria della Guerra fredda risulta anzi tanto preziosa per la sua interpretazione anche perché, inscritta nella lotta simmetrica per la supremazia tra i due blocchi, riduce qualsiasi movimento impegnato a mettere in discussione i tradizionali rapporti di proprietà a una semplice pedina dell’Unione Sovietica. Nel rigettare la prospettiva dostoevskiana, tutta incentrata sulla psicologia del terrorista, Benigno finisce insomma per lasciare fuori dal quadro cause e obiettivi della violenza rivoluzionaria, i quali non entrano che per rapidi accenni nella sua ricostruzione. Probabilmente, da una prospettiva foucaultiana non era possibile fare altro. Ma il risultato è un’immagine livida (molto barocca) della lotta politica. Semplicemente senza vie d’uscita.
Quando Foucault conduceva le sue ricerche sulle pratiche di controllo psichiatrico, le sue idee erano sorrette da un preciso clima culturale, nel quale all’ordine del giorno erano l’abolizione dei manicomi e un nuovo riconoscimento dei diritti dei malati mentali. Non meno acuto, ma anche non meno ideologico, quasi mezzo secolo dopo Benigno dà oggi voce alla sfiducia del suo tempo verso qualsiasi ipotesi di trasformazione non cosmetica della società. Almeno in questo, un saggio così iconoclasta e provocatorio, impegnato a «spazzolare la storia a contropelo», porta innegabilmente i segni del nostro presente.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

terrore e terrorismo. 
Saggio storico sulla violenza politica
Francesco Benigno
Einaudi, Torino, pagg. 392

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 15/07/2019

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