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Le Monde diplomatique 17/12/2017

La prosperità del vizio
Dopo il sociologo tedesco Max Weber e il suo libro «L’etica protestante e lo spirito del capitalismo», quest’ultimo viene rappresentato come ascetico, rigorista, autoritario, puritano e patriarcale. Ma, a distanza di circa un secolo, ci sbagliamo. Lo provano la lettura e la riscoperta di Bernard Mandeville, medico e filosofo del XVIII secolo, e della sua «Favola delle api»

di Dany-Robert Dufour

La favola delle api, che nella sua prima versione del 1705 era intitolata L’alveare scontento, ovvero i furfanti divenuti onesti, racconta la storia di un alveare florido dove prosperano non solo tutti i mestieri, ma anche e specialmente tutti i vizi, facendo risalire la causa della sua prosperità proprio al fatto che, poco o molto, tutti gli abitanti sono dei ladri.

Oppressi dal senso di colpa, decidono di diventare onesti. Da quel momento, spariscono le (numerosissime) attività che vivono delle altrui disgrazie e l’alveare declina. Il messaggio è chiaro: per fare il bene dei vostri cittadini siate disonesti, sbarazzatevi di ogni scrupolo... Bernard Mandeville, in decine di testi e centinaia di pagine, per ventiquattro anni, sviluppa tutte le implicazioni di quel che definisce «una specie di storia raccontata in versi di poco valore». Il risultato è un testo in più volumi intitolato La favola delle api. Vizi privati e pubbliche virtù, ben

presto tradotto in francese, soprattutto grazie all’interesse suscitato in Voltaire. I principi che Mandeville ha deliberatamente ed esplicitamente definito «viziosi», in questa Favola del 1705 contribuiranno a riformare il mondo con la prima rivoluzione industriale secondo un spirito del tutto nuovo: quello del capitalismo.

Il sociologo Max Weber (1864-1920), ne spiega gli sviluppi nel corso del XVIII secolo attraverso l’influenza dell’ethos protestante, erede delle dottrine di Martin Lutero e Giovanni Calvino. Secondo Lutero, l’attività professionale rappresenta un compito imposto da Dio agli uomini. L’esercizio dei mestieri (manuali, commerciali, tecnici…), effetto della riabilitazione della vita laica e del lavoro, raggiunge una dignità spirituale fino ad allora riconosciuta alla sola vocazione di preti e monaci.

«L’uomo del diavolo»

Calvino rafforza questo incitamento al lavoro attraverso il concetto di predestinazione, preso in prestito a sant’Agostino e ampiamente diffuso nel mondo protestante, secondo cui Dio avrebbe scelto, per l’eternità, i dannati e i salvati senza alcuna possibile intercessione umana. Questa predestinazione sarebbe rimasta una pura fonte di angoscia se, nel corso della vita terrena, non fossero intervenuti dei segni, come il successo economico, ad agevolarne la decodificazione.

Il che comporta una regola di vita: accumulare ricchezze (possibile indizio dell’elezione divina) senza gioirne (il che caratterizzerà il puritanesimo). Questo obbligo di riuscita induce a dedicarsi alle attività che promuovono la produzione di merci, fonte di ricchezza e, di conseguenza, a intraprendere la sua razionalizzazione strumentale (con l’invenzione della contabilità in partita doppia, la ricerca scientifica in vista dell’ottimizzazione delle tecniche e dei saperi… come garanzia dell’aumento costante di produttività).

Una razionalizzazione che, secondo Weber, si è progressivamente estesa al resto della società.

Ma un nome brilla per la sua assenza nelle minuziose indagini condotte da Weber sulle sette protestanti del XVII e dell’inizio del XVIII secolo (il calvinismo, il pietismo, il metodismo e le sette battiste), quello di uno dei principali autori dell’epoca che pure si rifaceva a Calvino e aveva lavorato sulla creazione della ricchezza: Mandeville.

Come se, fino alla fine, avesse voluto credere alla santità degli inventori del capitalismo, Weber lo citerà furtivamente solo nel 1920, poco prima di morire e proprio quando intuisce che il capitalismo sta costruendo, cinicamente, quella che egli chiama una «gabbia d’acciaio» per governare ogni aspetto della vita, con l’unico obiettivo di generare profitto…

Secondo Mandeville, tradotto in tedesco dal 1761 e ritradotto al tempo di Weber, è il vizio e non la virtù all’origine di quel che si chiamerà capitalismo.

O meglio, il vizio ne sarebbe il propulsore, ricercando innanzitutto la ricchezza e la potenza, che la virtù, suo malgrado, ha prodotto. Lo testimonia il motto centrale della Favola: «I vizi privati fanno la pubblica virtù», non solo perché demoliscono gli ostacoli morali indotti dalle storie edificanti trasmesse di generazione in generazione (Mandeville, medico, era più precisamente un «medico dell’anima», che oggi chiameremo psicoterapeuta), ma anche perché, liberando gli appetiti, producono un’opulenza che attraverserebbe la società dall’alto verso il basso. Il che promette di passare dallo stato di penuria a quello di abbondanza. Mandeville, inoltre, non esita a dire che guerra, furto, prostituzione e lussuria, alcol e droga, feroce ricerca del guadagno, inquinamento (per trasporre in termini attuali), lusso ecc., contribuiscono di fatto al bene comune. Tutti questi vizi si esprimono, come ama ripetere con una formula rituale, «a vantaggio della società civile».

Vediamo, ad esempio, quel che diceva sul furto nella sua Favola. La condotta è riprovevole, ma tosto aggiunge: «Il lavoro di un milione di persone sarebbe ben presto finito se non ce ne fosse un altro milione impegnato unicamente a erodere il frutto delle loro fatiche (…) Se si rubano 500 o 1.000 ghinee a un vecchio avaro che, proprietario di una ricchezza di 100.000 sterline, ne spende unicamente 50 all’anno, (…) è sicuro che questo denaro rubato viene immediatamente messo in circolazione nel commercio e che la nazione, con quel furto, ci guadagna. Ne ricava lo stesso vantaggio se una medesima somma viene lasciata in pubblica eredità da un pio arcivescovo».

Assunta questa logica, possiamo agevolmente continuare il ragionamento. Ad esempio, se non ci fossero i ladri, potrebbero esistere avvocati, professori di diritto, università del diritto, architetti per costruirne gli edifici? Tutte queste attività che ad altissimo livello contribuiscono allo sviluppo della civiltà, le dobbiamo di fatto… ai ladri. Questo spiega perché il nome di Mandeville fu, al suo tempo, modificato in Man devil («l’uomo del diavolo») e perché le sue opere furono condannate in Inghilterra, messe all’indice dalla Chiesa e, in Francia, bruciate sulla pubblica piazza.

Oggi, i grandi gruppi dell’era neoliberale seguono esattamente questa logica: abuso di posizione dominante, dumping e vendita forzata, aggiotaggio e speculazione, inglobamento e smembramento della concorrenza, falso in bilancio, manipolazioni contabili, frode ed evasione fiscale, distrazione di fondi pubblici e mercati truccati, corruzione e tangenti, arricchimento indebito, sorveglianza e spionaggio, ricatto e delazione, violazione delle norme del lavoro, falsificazione dei dati con rischi per la salute pubblica ecc. Tutte pratiche di «aggiramento» della legge che illustrano alla perfezione il pensiero mandevilliano: dal momento che i «vizi» producono «virtù», o meglio fiumi di ricchezza, allora diamoci da fare senza vergogna!

Quando Mandeville afferma la fondatezza di un apparente paradosso, non fa che operare una svolta nella metafisica occidentale. Abbandona il progetto agostiniano di allineare la città degli uomini al modello di quella celeste – visione che vale soltanto per qualche santo sperduto in questo mondo – per proporne un altro che, questo sì, vale per la stragrande maggioranza degli umani, più viziosi che santi. Dio, in effetti, nella sua immensa bontà, ha già previsto ogni cosa: poiché dai loro vizi e dalla loro stessa concupiscenza emergerà un nuovo ordine superiore ai precedenti, gli uomini non devono più sentirsi colpevoli delle proprie turpitudini; al contrario le devono vivere senza vergogna.

Adam Smith (1723-1790), cui generalmente si attribuisce l’invenzione di questo nuovo sistema, rinnoverà il progetto mandevilliano «spogliandolo» della sua dimensione diabolica e provocatrice, e presentandolo sotto le vesti neutre e serie della scienza. Così, ne La ricchezza delle nazioni, si guarda bene dall’usare il termine «vizio» in senso positivo, sostituendolo con un concetto più neutro, l’amore di sé (selflove). Smith saprà anche rassicurare coloro che hanno a cuore la propria salvezza postulando l’esistenza di una divina provvidenza che armonizza l’egoismo privato: la famosa «mano invisibile» del mercato. Nelle teorie di questo padre del liberalismo scompare quel che Mandeville formulava tanto crudamente quando esponeva la nuova morale in forma radicale, dicendo in sostanza: «Per il vostro proprio piacere siate avidi, egoisti, spendaccioni quanto vi pare, così farete il meglio possibile per la prosperità della vostra nazione e il benessere dei vostri concittadini».

Substrato perverso del capitalismo

Questa sofistica della conversione dei vizi in virtù ha permesso non solo l’edificazione di una nuova religione – quella del liberalismo inglese secondo cui l’obiettivo divino si realizza seguendo scrupolosamente i propri interessi –, ma ha anche aperto un nuovo campo filosofico, quello dell’utilitarismo, con Jeremy Bentham e poi John Stuart Mill. È stato compiuto un passo in avanti affermando che non ci si doveva più preoccupare di sapere se l’azione era virtuosa all’origine dato che lo era in fine. Fa così la sua comparsa una nuova morale dal momento in cui l’unico criterio normativo è rappresentato dalle conseguenze dell’azione: l’utilitarismo sarà caratterizzato da un oblio volontario delle cause e da una valorizzazione delle presunte conseguenze, che dalla fine degli anni 1950 prenderà il nome di consequenzialismo.

A questo punto, non ha più molta importanza in nome di che cosa si intraprenda l’azione; quel che conta è che sia destinata a produrre, alla fine, un maggior benessere per un maggior numero di persone – dal momento che, secondo l’utilitarismo, il benessere è la massimizzazione dei vizi privati (o, in modo più compìto, dei piaceri) e la minimizzazione delle pene. Sì. Ma per chi? Perché questo calcolo programmatico in realtà si concretizza nello sviluppo di una logica sacrificale.

Mandeville non cessa di ripeterlo: è necessario che dei poveri vengano sacrificati faticando e lavorando per soddisfare i piaceri dei ricchi. Del resto, ha scritto un saggio sulle case chiuse (Venere popolare ovvero Apologia delle case di piacere) seguendo la stessa «morale»: è necessario che delle donne povere siano sacrificate per soddisfare i piaceri degli uomini che hanno i mezzi per permetterseli, ma anche per liberare le borghesi dai brutali ardori maschili. Questo ragionamento ci conduce al centro dell’antropologia liberale.

L’occultamento di Mandeville, avviato da Weber nel 1920, è proseguito nelle generazioni successive. Così in Francia, i grandi pensatori critici degli anni 1960, nutriti di analisi weberiane (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo viene tradotto nel 1964), ignorano letteralmente Mandeville (al massimo si trovano una o due brevi menzioni in Pierre Bourdieu, Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Michel Foucault o Jacques Lacan). Non hanno visto che il substrato perverso aveva iniziato a intaccare la facciata puritana.

Quanto alla nostra attuale regina delle api, non si chiama forse, fra altri pretendenti, Donald Trump, che ostenta ornamenti capillari tanto gialli quanto il corpo di quegli animaletti e vuole regnare sull’alveare mondiale facendo della menzogna, della truffa, della sconfessione, dell’insaziabile voracità per il profitto, del saccheggio ambientale e della volgare insinuazione, i principi ispiratori del proprio agire? Restituendo alla concezione mandevilliana lo spazio che merita e liberandosi dal racconto weberiano, si scopre che il celebre «nuovo spirito del capitalismo», gaudente ed edonista, è forse molto più antico di quanto crediamo: è stato enunciato come programma originale del capitalismo all’alba della prima rivoluzione industriale…

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 14/10/2019

Responsabile della sezione Rassegna Stampa: Nicola Cusumano - rassegna@stmoderna.it

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