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il sole 24 ore 22/02/2015

Manifesti culturali
Storici, fate grandi domande

di Roberto Balzani

«Storici di tutto il mondo, uni­tevi!». Con questo ironico ri­ferimento a Marx, si conclu­de il brioso pamphlet che David Armitage di Harvard e Jo Guldi della Brown University hanno dedicato alla loro professione, intitolandolo con qualche am­bizione The History Manifesto. Il testo, pub­blicato da Cambridge U.P., ma scaricabile gratuitamente dal web, è stato scritto nel­l'estate scorsa e diffuso in autunno. Esso of­fre una lettura a più livelli di una disciplina considerata inossidabile - la storia , ma destinata viceversa a un evidente appanna­mento. Perché? La prima causa individuata dagli autori consiste nello short-termism, sia come esperienza di vita collettiva - dall'eco­nomia alle dinamiche sociali, alle scelte in­dividuali -, sia come iper-specializzazione accademica. Dopo il 68, glistorici avrebbero assunto un marcato profilo tecnico, per­dendo di vista la "lunga durata" dei fenome­ni e dei quadri di senso, tipica della genera­zione precedente - quella di Braudel e della scuola delle «Annales», ad esempio -, allo scopo di insediare con forza il proprio sape­re fra le humanities.

Gli italiani, attraverso il perfeziona­mento della micro-storia (gli autori citano giustamente, a questo proposito, Edoardo Grendi e Carlo Ginzburg), avrebbero offer­to a questa tendenza un efficace terreno di esercitazione, mutuato poi dai francesi e infine approdato al mondo anglo-sasso­ne. Ma la micro- storia, inizialmente im­maginata come studio di casi in funzione critica o confermativa di tesi a carattere generale, avrebbe finito per generare una figura di specialista centripeto - in questo simile ad altri specialisti creati in ambito universitario -, dotato di una debolissima legittimazione sociale: troppo dettagliato il lavoro, colossale l'investimento alla ri­cerca delle fonti più appropriate. L'abban­dono dei grandi temi, e soprattutto della domanda storiografica, ha generato una proliferazione di mitologie, approcci ridu­zionistici, veri e proprio discorsi "tossici" e irrazionali, in singolare contrasto con l'evoluzione della ricerca scientifica: con il risultato che decisioni pubbliche – anche ; e in paesi come l'Italia - possono talvolta essere assunte non già sul terreno di una cor­retta lettura dei dati, ma di pulsioni non molto diverse da quelle animavano gli uni­versi immaginari del Medioevo.

Il problema è accademico e politico. Mentre abbondano analisi dettagliate su una ristretta scala temporale, vengono meno le «big questions», nonostante le fonti, anche quantitative, consentano oggi di affrontarle meglio di ieri. Perché ciò avviene? Secondo Armitage, perché lo short-termism culturale ha investito non solo la produzione disciplinare, ma anche la per­cezione dell'utilità sociale dell'intellettua­le umanista. È chiaro, tuttavia, che - se il metro di paragone sono le trimestrali del­l'aziendalista - la rincorsa del risultato a breve si rivelerà doppiamente disastrosa: perché palesemente improduttiva sotto il profilo logico (che cosa significa uno scavo puntuale, al di fuori di un quadro di senso diacronico?) e sotto quello della rilevanza culturale (che cosa comunica un universo puntiforme di casi di studio sparsi nel tem­po e nello spazio?).

Eppure, le grandi questioni non manca­no, da quelle ambientali a quelle relative alle disuguaglianze - e qui Guldi e Armitage ci­tano il successo del "caso" Piketty -; dai temi mondiali ormai svincolati dalla dimensione statale, alla sana demistificazione di pseu­do-culture collettive, che sovente inibisco­no il riconoscimento reciproco a parti co­spicue di umanità. La disponibilità di dati in grande quantità facilmente elaborabili, una corretta impostazione della domanda e so­prattutto la possibilità di vagliare una plura­lità di fonti controverse, senza preoccuparsi di troppe modellizzazioni a priori, sono gl'ingredienti auspicati dall'History Manife­sto per il ritorno in grande stile non solo del­la longue durée - cioè di una lettura storica che assuma strutturalmente la grande scala temporale come elemento significativo -, ma anche di una rivoluzione culturale in grado di ricollocare il nesso passato-pre­sente-futuro su basi utili alla progettazione di una vita sostenibile per il genere umano. In fondo, sia pure in ambiti più limitati e su scale più ridotte, questa è stata da sempre una delle domande - esplicite o implicite ­caratterizzanti la vita delle società. E non si vede perché, sedotti da improbabili mitolo­gie, apocalittiche o ottimistiche che siano, oggi non si debba riprendere quella affida­bile, vecchia strada.

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Jo Guidi, David Armitage, The History ­Manifesto, Cambridge, Cambridge U.P, pag.166; http://historymanifesto.cambridge.org/files/6114/1227/7857/historymanifesto.pdf

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 21/07/2017

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