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La Gazzetta di Parma 29/06/2013

Sol levante, luce ipnotica


di Paolo Lagazzi

Pochi fenomeni, nella storia dell’arte e della letteratura moderna, hanno avuto tante sfaccettature, hanno assunto tante forme, hanno generato tante conseguenze quanto l’incontro dell’Occidente col Giappone. Da anni, ormai, molti storici e critici cercano di descrivere quell'insieme di fatti e opere, quell'arazzo di parole, note, architetture e colori, quell'intreccio di riverberi, echi, flussi e riflussi tra l’Est e l’Ovest del mondo che qualcuno chiamò nell’Ottocento «giapponismo» sottolineandone le valenze esotiche e i tratti scintillanti delle mode, ma che in realtà non è contenibile in nessuna etichetta perché, nel tempo, ha mutato più volte la propria natura. Tra i volumi dedicati in Italia a questo immenso, vertiginoso tema è giusto ricordare «L'immagine e il segno» di Flavia Arzeni (1987), gli Atti del convegno di Viareggio del 1989 curati da Mirko Lami e quelli del convegno di Ravenna del 2002 («L'allodola del mio villaggio») curati da Stefania Taroni, Marco Sangiorgi e Luca Telò. Ad essi si aggiunge ora il pregevole volume «Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke: come l’Occidente incontrò il Giappone» di un giovane, assai lucido studioso, Giorgio Sica. Come il sottotitolo indica con chiarezza, uno tra gli obiettivi primari del libro è quello di ripercorrere il fitto dialogo tra le varie arti, anzitutto la pittura e la poesia, segnate in modo indelebile dalle suggestioni provenienti dal Sol Levante lungo l’Otto e il Novecento. Muovendosi in scioltezza entro questa pluralità di approcci, Sica non si limita affatto a esaminare gli episodi salienti della «conversione» dell’Occidente all’estetica, agli umori sottili, alla sensibilità e alle forme giapponesi: uno dei suoi meriti è di richiamare l’attenzione su opere, passi o spunti testuali più o meno defilati riscoprendo in essi nodi di senso, crogiuoli d’intuizioni, tarsie di emozioni e di idee sospese e ondeggianti tra le grandi, rivoluzionare esplosioni del nuovo nell’ambito delle avanguardie. Nell’opera di Wilde, ad esempio, è possibile ritrovare versi piuttosto dimenticati, e che pure brillano come immagini di Hokusai; la propensione giapponese di Govoni non è riducibile ai «Ventagli» ma impregna anche altri luoghi della sua estrosa, rutilante parabola; nell’ambito primonovecentesco inglese, un ruolo a sé, nella valorizzazione dello haiku, occupa il grecista Richard Aldington, un uomo capace di far interagire i frammenti di Saffo con la canonica brevità della lirica giapponese... Ma anche là dove affronta i momenti, le creazioni e i libri cruciali, Sica sa aggiungere sempre qualcosa – qualche rilievo, qualche osservazione o notizia pregnante – a ciò che già sapevamo. Così è un piacere percorrere le sue ricognizioni dei mondi di Ungaretti e Penna, riletti in controluce allo spirito zen dello haiku; le pagine sulla passione di Pound per la lirica cinese e giapponese, e sui suoi riflessi nell’opera dell’americano; le ampie, serrate messe a fuoco delle giapponeserie francesi da Mallarmé a Paulhan, da Eluard a Claudel; tutto il libro, insomma, fino all’ultimo capitolo, quello su Rilke. Cogliendo nei versi del grande praghese una comprensione profonda, non estetizzante ma sapienziale, dello spirito giapponese, Sica affida idealmente a lui il sigillo del suo volume. In uno dei «Sonetti a Orfeo» scrive Rilke che il «vero canto» è «un alito che tende / a nulla»; della stessa natura, leggera e imprendibile come il vento, fresca come ciò che non ha nome, è fatta la bellezza che questo libro celebra con una voce schietta e pacata.

 

Il vuoto e la bellezza

Guida Editori, pag. 240, € 15,00

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 22/09/2019

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