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La Gazzetta di Parma 09/01/2012

La gran dama sul patibolo
Quattro secoli fa si concludeva nel sangue la cosiddetta «congiura dei feudatari» contro il duca Ranuccio I Farnese

di Anna Ceruti Burgio

Tra i vari anniversari di quest’anno appena iniziato spicca quello della «gran giustizia» fatta da Ranuccio I a seguito della cosiddetta «congiura dei feudatari» (maggio 1612). Fin da ora vorremmo ricordare una figura di spicco, la famosa Barbara Sanseverino, che appunto quattrocento anni fa trovò la morte sul patibolo. Barbara, discendente da Roberto Sanseverino conte di Caiazzo poi insignito del feudo di Colorno, sposò giovanissima nel 1564 Giberto IV Sanvitale. Nata a Milano, aveva ricevuto un’educazione profonda e raffinata: studiò latino, greco, astronomia, musica, ballo. Quindi la giovinetta, provvista di ampia cultura e d’ingegno vivace, fu maritata, coi soliti criteri di interesse che governavano i patti nuziali di allora, a un uomo molto più vecchio di lei, vedovo e bigotto. Giberto era stato prete, poi, alla morte dei fratelli, su consiglio del Pontefice, aveva deposto la veste e preso moglie per motivi dinastici. Rimase però vedovo, dopo aver avuto dalla prima moglie solo una figlia femmina; perciò decise di risposarsi con la Sanseverino, giovane e sana. La giovanissima sposa (aveva solo 13 anni), gli procreò due figli: dopo tre anni di matrimonio un maschio, Girolamo, e dopo altri cinque, una bambina, Barberina. Già la spaziatura delle nascite, fa capire che i rapporti tra i due erano piuttosto  freddini; così nessuno si meravigliò quando Giberto rimase a Sala Baganza, e Barbara si stabilì dapprima a Parma, poi a Colorno. Il suo esordio nella vita pubblica parmigiana fu inconsueto, e del tutto degno del suo carattere anticonformista ed estroso: nel 1565 destò scalpore chiedendo pubblicamente in Duomo denaro per aiutare quattordici cortigiane che avevano deciso di abbandonare la «professione ». La bellissima Barbara era donna sicura di sé, priva di inibizioni. Si capisce come quel marito fosse inadatto al suo temperamento, tanto che a un certo punto cercò il «divorzio», adducendo una lontana consanguineità. La dimora preferita della Sanseverino diventò Colorno, dove aveva stabilito una corte  brillante, in cui aveva insediato anche un’Accademia, dal significativo titolo «degli Amorevoli», nella quale si coniugavano, come usava allora, cultura e mondanità. La sua vivacità fisica e intellettuale, la sua bellezza e il suo fascino oscurarono quelli di tutte le altre dame; al centro degli ozi letterari e degli amori di corte, Barbara fu cantata dai poeti più in voga, tra cui Torquato Tasso. Non rimase insensibile alle sue doti nemmeno il duca di Parma, Ottavio Farnese, che le accordò costante protezione (probabilmente ne era innamorato): Ottavio, tra l’altro, designò signore di Colorno suo figlio, Girolamo Sanvitale, e le concesse di fregiarsi del titolo di Marchesa di Colorno e di essere usufruttuaria dei beni del feudo. A 35 anni Barbara rimase vedova, ma non ci pensava davvero a risposarsi; amava la vita libera, più consona al suo «caratterino». I guai di Barbara iniziarono con la morte nel 1586 di Ottavio Farnese, suo ammiratore e amico, a cui succedette, come reggente del ducato, l’ombroso e vendicativo Ranuccio I, fonte di tutte le successive sventure della bella marchesa di Colorno. Prima di tutto, egli cercò di rafforzare il suo potere, diminuendo quello delle grandi famiglie nobili parmensi e incamerandone i beni; mise pure gli occhi su Colorno, e manovrò per estrometterne la Sanseverino e i Sanvitale. Ranuccio aveva inoltre un motivo personale per odiare Barbara, cioè la stretta amicizia di lei con Vincenzo Gonzaga, avversato dal Duca di Parma per aver ripudiato la sorella Margherita Farnese, da lui sposata e poi rispedita a casa perché «non idonea al matrimonio». Vincenzo, bellissimo e scapestrato, non voleva macchiare la sua fama di play-boy ; ne nacquero dissapori e pettegolezzi che inasprirono ancor di più l’odio già esistente tra i Gonzaga e i Farnese, considerati dei «parvenus» pronti a sconvolgere gli equilibri fra le antiche signorie padane. Barbara aveva con Vincenzo un legame molto stretto e affettuoso: il brillante rampollo di casa Gonzaga era un assiduo frequentatore dei suoi «salotti», dove trovava abbondante materiale, per le sue scappatelle amorose, tra le damigelle e le amiche della Sanseverino. Barbara forse non ne fu l’amante (lui la chiamava «mamma » e lei «figlio»), a probabilmente ne fu la confidente e la complice compiaciuta di tante avventure erotiche. Fu lei, infatti, a presentargli, tra le altre, la bellissima Ippolita Torricella con la quale Vincenzo intrecciò una turbinosa storia d’amore; fu lei, dopo il matrimonio del mantovano con Eleonora d’Este, a fargli conoscere la sua dama di compagnia Agnese di Argotta, che ne divenne la nuova favorita. Ranuccio tanto fece, che instaurò battaglie legali per togliere a Barbara la potestà su Colorno, e rendendo la cittadina della Bassa oggetto di numerose vessazioni; la Sanseverino oppose una strenua resistenza, spalleggiata in ciò dal nipote Gianfrancesco (figlio di Girolamo), diretto erede del feudo e suo compagno di vita mondana, detto «il Marchesino di Sala». Lei, per avere un appoggio maschile, si risposò col conte Orazio Simonetta; cercò aiuti e solidarietà ovunque, forse in modo troppo energico, cosicchè irritò maggiormente l’ombroso e crudele duca di Parma. Ad esempio, a un certo punto fece intervenire in suo favore il governatore di Milano, Fuentes, che intimò a Ranuccio di lasciarla in pace. Quando morì il Fuentes, il Farnese si scatenò nuovamente; infine, nel 1611, ottenne dai giudici di Padova, previa una larga elargizione d’oro (la corruzione risulta da una sua stessa lettera), a far giudicare nullo, in base ad antichi documenti che per Colorno prevedevano solo una successione di linea maschile, l’atto di concessione di Ottavio. Forse fu questo dolore che spinse Barbara, sobillata dal nipote Gianfrancesco, a lasciarsi coinvolgere in oscure trame, passate alla storia con l’etichetta di «congiura dei feudatari». Alcuni considerano inesistente questa «congiura», una invenzione architettata da Ranuccio per togliere di mezzo la Sanseverino (la quale non voleva cedere alla  sentenza di Padova) e altri nobili rivali. Non stiamo qui a ripercorrere nei minimi particolari la complessa e non ancora chiarita vicenda (ci ripromettiamo di farlo a suo tempo), in cui si intrecciano intrighi politici e di corte; fatto sta che i giudici credettero alle confessioni strappate con la tortura sotto la regia dell’implacabile inquisitore Piosasco, e condannarono tutti i presunti congiurati a morte. Anche Barbara fu arrestata, e condotta nel 1612 ad assistere ai supplizi, confessò tutto, probabilmente per non essere sottoposta allo scempio. La Sanseverino fu giustiziata, assieme ai presunti complici, il 19 maggio 1612, nella piazza del mercato, stracolma di folla; fu la prima a morire. Avanzò verso il patibolo avvolta in un’ampia e leggera veste, col capo fasciato da un velo nero. La marchesa di Colorno aveva circa sessant'anni, ma era ancora bella, tanto che uno dei carnefici non seppe resistere alla tentazione, raccogliendone il corpo, di sollevare la camicia da notte in cui era avvolto, per dare uno sguardo a quelle membra decantate da tanti poeti e amate da uomini illustri, e sfiorarle con le sue manacce. Un gesto che suscitò raccapriccio e sdegno, cosicché l’uomo fu imprigionato per diciotto giorni. Quella della Sanseverino fu, dunque, una fine miseranda e ingloriosa, che troncò la vita di una delle più brillanti dame del Rinascimento, forse avversata con tanta implacabile pervicacia a causa del suo vivere «sopra le righe», della sua energia e della ostentata libertà di scegliere i suoi amori. D’altra parte tutta la «congiura dei feudatari» resta un mistero: fu davvero congiura dei feudatari contro Ranuccio, o fu congiura di Ranuccio contro i feudatari? 

Copyright La Gazzetta di Parma 2012

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 12/12/2018

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