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il sole 24 ore 22/05/2011

Federalismo: l'idea è realtà
Il modello federale trova negli Usa una prima formalizzazione nel 1787. Il ruolo dell'economia e della persona nella scelta politica

di Gennaro Sangiuliano

S'è vero che la parola federalismo ha un'origine latina, foedus, che come l'ebraico brit, indi­ca un patto, un'alleanza, è nella nascita degli Stati Uniti d'Ameri­ca che si sostanzia il primo pas­saggio storico che definisce questa nozione conducendola dalla parola alla forma giuridi­ca, quando il modello federale trova una pri­ma formalizzazione nella Costituzione, vara­ta nel settembre del 1787, dalla Convenzione di Filadelfia. In particolare, il termine «Federalist» viene usato per indicare una raccolta di articoli pubblicati tra il 1787 e il 1788 sui giornali dello Stato di New York (i «Federalist Papers») con l'obiettivo di convincere i membri dell'assemblea di quello Stato a rati­ficare la nuova Costituzione.

L'elemento economico, legato alla riparti­zione e alla gestione delle risorse fra Stato fe­derale e Stati, diventa subito centrale nel dibat­tito americano. Una questione di soldi, verreb­be da dire. La stessa divisione fra federalisti e confederali, cioè fra coloro che vogliono crea­re un'entità federale e coloro che vorrebbero lasciare in vita solo una confederazione di Sta­ti indipendenti, riflette proprio una diversa vi­sione sulla ripartizione dei pesi fiscali. La Con­federazione, era entrata in crisi, infatti, a se­guito di una rivolta contro le tasse scoppiata nel 1786 in Massachusetts per spegnere la qua­le fu necessario l'intervento dell'esercito.

John Adams, che fu il secondo presidente degli Stati Uniti, ben riassume i termini del dibattito: «La lotta che si svolge è quella tra l'idea di uno Stato forte e centralizzato capa­ce di controllare la vita dei cittadini a favore dell'economia e del potere nazionale e l'idea della libertà personale che concede al singo­lo individuo la maggiore autonomia possibi­le nell'organizzare come meglio crede la pro­pria vita». Gli storici hanno scritto che i fede­ralisti erano sostenuti dai fautori della pro­prietà mobiliare, dagli emergenti speculato­ri, mentre i confederali erano legati alla grande proprietà fondiaria.

In America si realizza la prima vera struttu­ra federale ma le idee che circolano sul nuovo continente sono figlie della cultura europea, la base ideologica dei costituenti americani è soprattutto John Locke, con i Discourses on Go­vernment (pubblicati nel 1698), la filosofia del diritto di Ugo Grozio e Samuele Pufendorf, il contrattuali­smo di Montesquieu. Una prima traccia di teoria del federali­smo c'era stata anche nel pensiero di Johan­nes Althusius (1557- 1638), giurista e filo­sofo calvinista tede­sco, che definisce il valore della sovranità popolare nella contrap­posizione fra assolutismo e federalismo.

Nella lingua tedesca il termine bund (dal verbo binden legare) aveva indicato le leghe fra città nelle quali venivano messe in comu­ne alcune risorse finanziarie. Nel 1291 era na­ta la prima Confederazione di Repubbliche delle montagne Svizzere, finalizzata a un'al­leanza militare e non priva di implicazioni economiche. Con l'esperienza americana la parola federalismo si precisa anche nel lessi­co politico europeo comparendo nei dizionari di lingua inglese e francese con i termini fede­ralism e fédéralisme; entra, inoltre, nel dibatti­to francese, dove è uno dei cardini del proget­to costituzionale dei girondini. Sull'ipotesi che anche la Francia potesse aderire a questa forma si esercitò con un saggio il più autorevo­le economista dell'epoca, Jacques Necker, ban­chiere e acclamato ministro delle finanze che nel famoso «Rendiconto» aveva denunciato gli enormi sprechi della monarchia che aveva­no condotto alla catastrofe della finanza pub­blica. Il governo federale è una delle ipotesi di riforma per la Francia, il confronto con la struttura che si sono dati gli Stati Uniti prean­nunciano i temi di Alexis de Tocqueville.

Il dibattito sul federalismo americano vide la partecipazione di tutti i "padri" della nazio­ne americana da Thomas Jefferson, a James Madison e Alexander Hamilton, si svolse attra­verso articoli sui giornali, prevalentemente newyorkesi. Quasi sempre il fulcro delle di­scussioni è sui limiti del prelievo fiscale e sulla ripartizione fra Stato federale e i singoli Stati.

L'attuale assetto federale fiscale america­no, soprattutto per quanto attiene la gestio­ne e ripartizione delle risorse, la spesa e il prelievo, non è certo il risultato della Costitu­zione, bensì il frutto di un lungo processo storico. Fino alla guerra civile furono gli Sta­tes a esercitare una potestà fiscale nel qua­dro delle loro leggi, basate su un modello li­berale accentuato.

Dopo la guerra di secessione iniziò un pro­cesso di espansione dei poteri federali ac­compagnato da un ampliamento dei poteri fiscali, culminato, nel 1913, nell'approvazio­ne del XVI emendamento che limitò forte­mente la sussidiarietà verticale, conferendo alla Federazione la competenza fiscale in materia di imposte sui redditi. Una fiscalità che nel Novecento fu utilizzata molto per fi­nanziare i programmi federali legati al welfare, ispirati a una visione keynesiana del­l'economia (il Social Security Act di Franklin Delano Roosevelt e la Big Society di Lyndon Johnson). Solo in anni recenti c'è stato poi il ritorno a forme di devoluzione.

Resta il fatto che si deve sempre agli ameri­cani la prima concettualizzazione del federa­lismo fiscale (Richard A. Musgrave) ma con una prospettiva inversa a quella europea che parte dall'esistenza di uno spending power generale, riconosciuto allo Stato fede­rale sulla base dell'articolo I, paragrafo 8 del­la Costituzione che conferisce al Congresso la competenza a «imporre riscuotere tasse, imposte e dazi; pagare i debiti pubblici e provvedere alla difesa comune e al benesse­re generale degli Stati Uniti».

Copyright Il Sole 24 Ore.

Ultimo aggiornamento per la sezione Rassegna Stampa: 15/01/2019

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